mercoledì 29 aprile 2015

La tenacia dell'inseguire la vita.

Questa è una blastocisti e se l'avete riconosciuta, o siete degli esperti per mestiere, o siete degli esperti di vita, vuol dire che davvero, la vita, non ci ha fatto mancare nulla.
Come ha fatto con me, come ha fatto con tantissime donne, coppie avvolte, che non possono dare per scontato, cose che altrimenti per altre, vengono definite naturali.
Siamo donne forti, inossidabili, donne dalle mille lacrime, da milioni di speranze. Che abbiano fede o credano nel destino, sono donne lottatrici, che non smettono di sperare, che non possono smettere di lottare, perché noi siamo leoni. 
Siamo donne che hanno vissuto il calvario, di visite ed esami invasivi, siamo donne che non sanno cosa sia il dubbio, cosa sia l'illusione di un ritardo.
Siamo forti e per questo, per noi, è tutto più difficile. Ed è paradossale e non è giusto.
Ma è la vita. Ma siamo ostinate e non possiamo mollare mai, perché la posta in gioco è troppo alta.
Perché non siamo noi che non andiamo, perché non c'è nulla di sbagliato in noi.
Noi siamo donne speciali, noi siamo mamme nel cuore e non è un test negativo o un'analisi delle beta, che potrà mai dire il contrario. Perché essere mamma è inseguire un sogno, senza mollare mai.
E anche quando la vita ci mette in ginocchio, anche quando tutto sembra andarci contro, anche quando ci ritroviamo a fare i conti con un lutto, dopo una fecondazione andata male, dopo un aborto, non dobbiamo mai perdere la speranza.
Se Dio ci ha messo nel cuore un amore così grande, ci darà mezzi e strade da percorrere. Forse i tempi, non sono i nostri, ma sono sicura che Dio ci farà il Dono della vita.
Ci prego miei dolcissimi leoni, non smettete di crederci.
Unitevi strette, a quei grandi e inossidabili uomini che abbiamo accanto, non lasciateli fuori, stringetevi a loro e la forza dell'amore, ci donerà la vita, ne sono certa.
Vi abbraccio tutte, io sono una di voi, una fortunata a cui Dio ha dato il suo piccolo angelo. Mio marito è un grande uomo, che riesce ed è riuscito, a starmi vicino nel momento del dolore. 
Le crisi sono state tante, ma credetemi, solo quando siamo stati stretti insieme, solo quando la preghiera ci ha unito, solo allora, il ns amore, si è tramutato in vita.
Non smettete mai di crederci.

venerdì 17 aprile 2015

Libri da divorare....

Va bene lo ammetto, io non leggo, mai abbastanza comunque e quando ho in mano un libro, non riesco a fare a meno di divorarlo.
Qualcuno di molto importante per ora per me, solo ieri, mi ha consigliato di leggere un libro.
Quindi, da persona molto paziente quale sono (ehm......), non potendo andare in libreria e visto che ormai il mio spazio negli scaffali di casa è esaurito, ho deciso dal mio caro tablet, di andare in una libreria virtuale, comunemente, quella di google e me lo sono acquistato. Vi posto una foto, così potete dargli un'occhiata se volete.

La prima parte del libro, credetemi, mi ha fatto venire le lacrime agli occhi in più di un passo.
Mi commuoveva la storia di questa bimba adottata da una famiglia che viveva il lutto di un altro figlio, e che voleva enormemente dare amore, ma la piccola si sentiva quasi in obbligo di sostituire questo figlio mancante e comunque costantemente fuori posto, in una vita, che non sentiva come sua, in radici, che non riconosceva le appartenessero.

Ancora molta tenerezza, mi ha suscitato la mamma adottiva, che aveva paura.
Paura di perderla.
Paura che qualcuno la portasse via da lei.
Paura forse, anche di non essere all'altezza.

Non vi racconto la storia, per non rovinarvi la festa, ma per me, adottiva come la protagonista, devo dire che è stato molto emozionante.
Diciamo che non è esattamente il libro che mi piacerebbe scrivere, perché ad un certo punto le ns strade sono simili, ma le ns decisioni agli antipodi.

Ma due passi, devo dire, mi hanno colpito molto e senza svelarvi alcun che, vorrei parlarvene.
Il primo, diceva semplicemente "Voglio la mamma".  Il pianto cantilenato di una bambina, un pianto irrazionale ed improvviso, che ha bisogno di odore, di dolcezza, di protezione, di quell'amore preparato, aspettato, desiderato, che solo una Mamma, ti può dare. 
E purtroppo, che tu sia figlio naturale o meno, non tutte le donne, nascono per essere mamme, non tutti i figli, sanno farlo davvero.
Non sono condizioni naturali, non sempre. Ed avvolte bisogna che avvenga una gestazione e che porti poi, ad una vera e propria nascita di sé.
Voglio la mamma. Quante volte da bambina l'ho invocata, quante volte questa frase per paura, per timore, per vergogna, mi è rimasta sulle labbra o marchiata a fuoco nel cuore, anche da adulta.


L'altro passo. "Non pensavo che restare incinta fosse una cosa così difficile. 
- Qual'è il problema? - mi chiedeva mia madre.
- Adottare un figlio non ti basta?-
- Certo che mi basta-, dicevo io, ma non era quello il punto; mi sentivo in dovere di mettercela tutta, di generare una mia eco biologica, di rivedermi in un'altra persona che fosse imparentata con me al massimo grado e che ce l'avesse scritto in fronte."

Ecco, l'importanza delle radici.
Mio marito, quando i figli non arrivavano, non capiva perché, proprio io che ero stata adottata, non riuscivo a concepire la possibilità di un'adozione.
In linea teorica, non esisteva alcun motivo, io ero stata una donna fortunata infondo, ma il punto è proprio quello toccato dall'autrice del libro.
Io avevo bisogno di radici mie, di somiglianze, di parte di me e del mio compagno di vita, di occhi in cui specchiarmi, mani piccole che ricordano le mie, da stringere.
Volevo che ricordasse me, suo padre e che non dovessi passare le mie notti, chiedendomi a chi somigliasse, chi avrebbe visto domani, guardandosi allo specchio.
Non volevo che accadesse a lui, ed a me, nuovamente, l'agonia del non riconoscersi, del non aver passato, di non sapere cosa si è.
Non potevo rivivere di nuovo la stessa agonia che mi aveva perseguitato per troppi anni, nella mia vita. Anni di sofferenza, di solitudine, di amarezza.
Volevo che la storia smettesse di ripetersi, volevo che si compisse.
Volevo per una volta nella vita, sentirmi come gli altri.
Ed oggi, guardando negli occhi mio figlio, rivedo me, ma lui, rispetto a me, ride sempre.
Oggi, dopo una vita a cercare il mio posto nel mondo, sentendomi sempre fuori posto, fuori luogo, senza un posto veramente mio, riesco ad essere finalmente, dove voglio e sento di appartenere al posto in cui sono.
E con le persone che ho voluto a percorrere la mia strada.
E credetemi, è una sensazione di grande liberà, di grande leggerezza.

Spero, di non aver svelato troppo, e credo di non aver svelato nulla.
Se avete tempo, leggetelo e chissà, magari un giorno, vi suggerirò di leggere finalmente il mio. Il libro di me, che esiste da tempo innumerevole nei miei pensieri e nei miei sogni.

martedì 14 aprile 2015

Io ho l'Endometriosi!

 
  In Italia, se hai una malattia autoimmune, ti conviene farti il segno della croce e pregare i santi, che Dio (se ci credi), te la mandi buona e che tu possa avere la fortuna di trovare un medico bravo, aggiornato ed umano.
Purtroppo la concomitanza di tutti e tre i requisiti, è un fattore più unico che raro.
Perché in questo bel paese, di sole, di mare, di buon cibo e bella vita, spesso la medicina è una scienza ad interpretazione personale. Poi, se sei al sud....allora.....è pure peggio!
Scusate la mia amarezza, scusate se parlo così. 
Ma la mia amarezza è tanta, forse troppa.
Combatto da 18 anni, con una di queste bestie, l'endometriosi.
Quando dopo un anno di esami, dopo varie diagnosi di tumore, me l'hanno diagnosticata, quasi nessuno sapeva cosa fosse, né tantomeno sapeva come curarla o cosa fare per limitarne gli effetti devastanti dovuti alle operazioni sbagliate o peggio all'assenza totale di intervento.
Erano gli anni, in cui le donne, che avevano dolori esagerati ed assurdi, venivano prese per pazze megalomani, perché  "avevano solo la sindrome premestruale, come tutte".

    Erano anni, in cui avevo 20 anni e dovevo essere fuori a godermi la vita, prendendola a morsi, invece ero costantemente invasa dai dolori, anche una volta al giorno, che non mi facevano nemmeno piangere, tanto erano forti.
Anni in cui mi sentivo sola, incompresa.

     Sono passati diversi anni, un intervento e sei mesi di menopausa chimica, prima di trovare un farmaco, seppur ancora sperimentale, che mi permetteva dopo una breve cura, di avere un po' di respiro, ma che effetti collaterali!!!!
Inibitori ormonali, che a 20 anni, mi portavano ad andare e venire, da una menopausa chimica, che mi faceva sballare il corpo e la mente. 
Purtroppo l'effetto della cura, durava solo qualche mese, ad a cadenza annuale, la malattia tornava, più invasiva di prima, più dolorosa, ed oggi posso dire, che era solo ciò che riuscivamo a vedere con le ecografie, perché per il resto, all'interno, non sapevamo minimamente cosa aspettarci.

    Ho dovuto cercare un figlio, rassegnarmi alla pma, affrontare di nuovo ormoni e cure invasive, per scoprire partorendo infelicemente con un cesareo d'urgenza, che la mia temuta bestia, si era spinta fino all'intestino, attaccando ovaio di destra e sigma, che erano ormai invasi dal dolore e dalla malattia.

    Quando ripenso a quegli anni, con il farmaco che usavo, ritirato dal mercato, un bimbo piccolo, il sistema immunitario ridotto ad un colabrodo, e alla costante infelicità di fondo che vivevo, mi rendo conto, di aver attraversato una confusione enorme.
Mi avevano promesso che la malattia, qualora fossi riuscita per miracolo a rimanere incinta, se ne sarebbe andata, ed invece....la mia aveva fatto casa e in un posto, dove già vederla era complicato.
Ero proprio nel pallone, ma invece di reagire, come ero abituata a fare, sono implosa. 
Mi sono chiusa in me stessa, arrabbiata con il mondo e con Dio, per il destino che mi aveva riservato, rassegnata al fatto che la malattia prima o poi, avrebbe mangiato ogni parte di me.

    La risalita, è arrivata all'improvviso, grazie ai tanti odiati social network, e nello specifico, ad un gruppo, fatto da donne come me, che piene di rabbia, delusione, dolore e sofferenza, non si nascondevano e gridavano al mondo "io ho l'endometriosi".
Grazie a loro, ho conosciuto centri specializzati ed ho dovuto fare circa 1.500 km, per avere dopo 18 anni una diagnosi, ma purtroppo, ancora nessuna vera soluzione.

    Sono delle gran donne sapete? Lo siamo tutte, operate più volte, mutilate, defraudate di spensieratezza di serenità, spesso del desiderio normale di una maternità, mutilate nel corpo e nell'anima, affiancate purtroppo ancora troppo spesso, da compagni, familiari, amici, che non capiscono, e non si limitano a questo, ma giudicano e feriscono.
Donne che però, nonostante le cadute, non perdono il sorriso, non si rassegnano, non si abbattono, e vanno avanti, stringendo i denti, combattendo sempre.
Cercando alimentazione, terapie, convenzionali ed alternative, semplicemente per cercare di stare meglio, per riuscire a mettere i tacchi una sera per uscire, fare sport, andare a ballare, vivere come tutti gli altri insomma.

    Ma in questa brutta storia, dell'ammalarsi in Italia, non c'è solo il risvolto psicologico e della cura, c'è l'aspetto economico.
Perché se io, devo fare 1.500 km per avere una diagnosi, e magari fare analisi e provare con una cura che mi distruggerà, non a curare ma quantomeno a tenere buona la malattia, o se devo operarmi ed affrontare dopo un decorso lungo per riabilitare gli organi colpiti o peggio, i nervi colpiti dalla malattia, devo almeno avere il portafogli di Briatore. Non devo aver bisogno di andare a lavorare, visto che, andare a lavorare con dolori allucinanti è complicato.
O meglio, visto che spesso in Italia, non ci sono datori di lavoro così comprensivi da tenere in considerazione i bisogni medici dei propri impiegati.

    Qualcuno si starà chiedendo? E lo Stato?
Bhè, che dire? Lo Stato ha fatto tante belle promesse, ma purtroppo, per chi come noi, è offeso nel corpo e nell'anima, non esiste alcun aiuto. 
Tutto a pagamento, dalle costose cure, alle costosissime analisi per capire fino a che punto ha colpito la malattia.
Come al solito, chi non ha i soldi, non ha diritto a curarsi, non ha diritto alla salute.
E in questi momenti, io mi vergogno di essere italiana, perché siamo abbandonati, siamo soli, siamo indifesi.


    Mi scuso con tutti per lo sfogo, e mi scuso per l'approssimazione con cui ho dovuto per ovvi motivi, parlare di tutto questo.
Ma penso che tutti, debbano conoscere e comprendere il dolore di chi, va cercando personalmente ogni giorno, cure, soluzioni ed avvolte palliativi per vivere una vita migliore.
Di medici impreparati purtroppo ce ne sono ancora tantissimi e centri specializzati molto pochi, ma  in questa confusione e in questo marasma di opinioni differenti, ci sono medici, che non spengono mai il cellulare e ti rispondono pure il giorno di Natale, facendoti sentire meno sola, e lo fanno, con un'umanità estrema e con una dolcezza che solo in pochi davvero, hanno. Sono medici, ma sono uomini, che si rendono conto della sofferenza, della preoccupazione e del dolore e che nel loro piccolo, si sono prefissati la missione di attenuarla.

   Infine, è vero, l'endometriosi, forse, non ti uccide, ma ti segna nel corpo, nel cervello e nell'anima, sottoponendoti ad un dolore continuo, affiancandosi ad altre malattie autoimmuni, mangiandosi i tuoi organi, danneggiandoli silentemente, portandosi via ogni giorno, una parte di te.
Quindi, ogni volta che guardate in faccia una donna, e vi leggete tristezza e malinconia, stanchezza, pensate alla battaglia, più o meno importante che ognuno di noi sta affrontando, e siate comprensivi.
Perché spesso c'è molto di più di ciò che si vede.


    La lotta continua.....

lunedì 13 aprile 2015

La magia dei ricordi....




Ho sempre una certa riverenza nei confronti dei ricordi, è come se loro fossero parte di me, ma è come se non li avessi scritti io; eppure fanno parte della mia vita, di ciò che un giorno è stato presente.
Forse perchè, troppe volte, l'ho subita, troppe volte, ho lasciato che il mio destino seguisse la via più "giusta", più naturale, per paura di cambiare, per paura di prendere veramente delle decisioni.
Troppe volte, ho lasciato che la mia vita prendesse un unico binario, programmato spesso da decisioni altrui o da altrui voleri, per paura di ferire.
Ed ecco che i ricordi appaiono sbiaditi, avvolte completamente offuscati o peggio, persi nella memoria del tempo.
Ed invece non voglio più che sia così, voglio alla mia veneranda età, imparare a ricordare, a fare un puzzle degli eventi della mia vita, che mi hanno portata dove sono, che mi hanno portata a cambiare, a stare bene, o a piangere lacrime di sacrifici, lacrime amare perchè la persona che si rifletteva nello specchio, non la riconoscevo, non riuscivo a guardarla, non la capivo e non la comprendevo più.
Ecco come ho vissuto molto spesso, in una bolla, con la paura del suo scoppio, con la paura che essa stessa, potesse farmi esplodere e non implodere come spesso ero abituata a fare.
Forse per questo, le poche esplosioni della mia vita, sono state poi, tragiche e violente. Delle deflagrazioni di portata impressionante, e dal cratere che si perde a vista d'occhio.
Impossibile capire da cosa avessero origine.
Se ne poteva intravedere la miccia che, aveva dato origine all'esplosione vera e propria, ma mai la giusta causa.
Sono andata avanti così, praticamente per tutta la vita.
Oggi, finalmente, pian piano, acquisisco cognizione e rispetto di me stessa.
Certamente non sono perfetta, tutt'altro, ma vivo la mia vita accettandomi un pò di più, cercando di non distruggermi se non posso essere ciò che gli altri si aspettano, cercando inutilmente di essere ciò che gli altri si aspettano da me.
Oggi, semplicemente sono io.
Oggi, sfoglio gli album di ricordi e vi vedo una bimba, sempre triste, al massimo un sorriso forzato.
Mi fa una gran tenerezza quella bambina, si sente sola, si sente sbagliata, si sente abbandonata. Tutta la vita, si è sentita così.
Ed invece poi, per caso, apro una cartella nel mio computer, e vedo soltanto foto del mio piccolo amore, di quando era più piccino, di quando ancora aveva dieci dentini in bocca. 
Lui, sorride sempre.
E quando lui sorride, non lo fa solo con le labbra.
Sorridono gli occhi, sorride il viso, le labbra, tutto.
Ed è meraviglioso.
Ed allora, penso, tesoro mio tu sei felice.
Ed è la cosa più bella che esiste.
E' la vittoria più grande, per una mamma che finalmente è fiera di esserlo, per una bimba che non sorrideva mai, per una donna, sempre imperfetta.
Lui, la sua allegria, sono la mia vittoria sul mondo, su me, sulla vita.
I suoi sorrisi, sono la mia luce e prego ogni sera Dio, che quel sorriso non si spenga mai.

venerdì 10 aprile 2015

Consapevolezza

Mi perdono...

Perdono me stessa, per il male fatto e perché quando invece l'ho ricevuto, così gratuitamente, non ho saputo contrastarlo, non ho saputo dire basta, non ho saputo non assumermi la responsabilità di qualcosa, di cui, davvero, non avevo colpa.

Mi perdono, per tutte le lacrime versate, per tutte le volte, in cui mi sono sentita impotente e mi sono fatta sopraffare da quella me, che diceva di non farcela, che diceva che non poteva andare avanti così.
Mi perdono, perché forse davvero, non potevo andare avanti e quella era la chiave, che apriva una nuova porta, per una strada che era così buia, da non essere più per me.

Mi perdono, per tutti quei giorni passati a casa, come chiusa in gabbia, o fuori, a vagare senza meta, con la morte nel cuore, con il cervello in panne, senza meta e senza speranza.
E lo faccio perché, avvolte bisogna morire di se stessi, diventare cenere, per poter davvero rinascere in una persona nuova.


Mi perdono per tutte le volte in cui, di riflesso, ho permesso a mio figlio, di far uscire una rabbia, una furia, che non erano mie, e non erano certo colpa sua.
Mi perdono perché, finalmente adesso, posso guardarlo negli occhi serenamente e rivedere in lui, la stessa serenità e la stessa pace. Ed allora mi dico, che infondo forse, fra alti e bassi, sto finalmente facendo un buon lavoro con lui.

Mi perdono, per non aver risposto a messaggi, telefonate, urla, silenzi.
Per essermi rifugiata in un silenzio assordante, dove l'unico rumore era il battito del mio cuore.

Mi sono concessa....


Per una volta, di pensare a me stessa, a ciò in cui spero, a ciò che amo, a ciò che voglio.
Per una volta, mi sono ascoltata.

Mi sono concessa, di non dover dimostrare nulla a nessuno, di amarmi per ciò che sono, non credendo di essere certo perfetta, ma imperfetta e pure strana, ma comunque semplicemente io.

Mi sono concessa, di complimentarmi con me stessa, per il buon lavoro fatto, per tutte le volte in cui, ho fatto qualcosa, migliorandomi, volendomi veramente bene.

Mi sono concessa, perdono, serenità, sorrisi, spensieratezza.

Mi sono concessa, di scrollarmi di dosso, chi mi trattava con rabbia, con violenza seppur non fisica, con egoismo. Perché non ne ho bisogno, perché non me lo merito, perché rovinava il mio essere.

Mi sono concessa, di smettere di cercare di salvare il resto del mondo.
Nessuno si salva se non vuole farlo; puoi dare una strada alternativa e portarlo per mano, ma tornerà indietro, perché non è una strada scelta, perché la decisione di salvarsi, nasce dentro di noi stessi, nasce avvolte dalla disperazione, dalla fine di tutto.
E quando succede, è lì che davvero si cambia, ed il cambiamento è talmente radicale, seppur così invisibile da fare davvero la differenza.
Ho capito, che bisogna che ognuno di noi, cammini con le proprie gambe, che faccia le proprie scelte di vita, coraggiose e difficili, che le faccia da solo, e che io posso solo essere lì, quando il primo sorriso, tornerà ad affacciarsi in quel viso stanco e provato.

Guardo la foto, della bimba che ero...
Una bimba triste, addolorata, senza mai un sorriso, con gli occhi vuoti come laghi....
A quella bimba, prendo la mano, la porto con me, nella speranza di restituirle un sorriso prima o poi, di vederla che mi lascia la mano e corre con entusiasmo per le strade del mondo.
A quella bambina dico, di non piangere più.
Dico che tutto passa. Che il dolore se ne va via, che poi smette anche di far male.
A quella bambina, dico che la vita, può essere più di un'imperfetta interpretazione teatrale.
Che c'è tanta gioia nel mondo, che c'è tanta meraviglia inesplorata e che quella meraviglia, deve essere colta e che spetta solo a noi, guardare con quegli stessi occhi, colmi, traboccanti di stupore.

Mi permetto, infine, di dire ad ognuno di voi, che si sente annegare, che si sente annientato e senza speranza, di non mollare.
Di non fondare la propria vita, sugli altri, affidandosi totalmente a  loro.
Perché nessuno può percorrere le nostre vie, nessuno può avere il nostro passo, i nostri occhi, o il nostro cuore.
Nessuno per quanto ci ami, può prenderci in braccio e camminare per noi.
Ci vuole coraggio certo.
Ci vuole determinazione nel non andare in pezzi, nel non sentirsi persi e soli.
Ma solo amando se stessi, poi, si potranno veramente amare gli altri.
Finchè non si arriverà a questo, si farà sempre pagare agli altri, per quello che non ci hanno saputo donare. Per non averci dato, ciò di cui avevamo bisogno.