sabato 5 gennaio 2013

W la pappa col pomodoro



Lo so, il titolo di questo post, a chi ha una certa età, come me, vi farà pensare al famoso telefilm di quando ero bambina, parlava di un bambino in un collegio e delle sue avventure.
Oggi, mi è successa una cosa un po' schifosa che mi ha fatto ricordare, i miei giorni del collegio, e le avventure, che ho vissuto, sebbene, non le ricordo con molto piacere; ma vado per ordine.
Oggi, mentre cucinavo la pasta come al solito, mi sono accorta che qualcosa non andava, in superficie infatti, affioravano delle cosicché giallognole (bleuuuu) ...
....
Avevo 14 anni quando sono stata chiusa in collegio per un anno, da interna.
Era l'anno della guerra del golfo, era l'anno della precarietà , di un futuro incerto e della paura.
Dalle finestre del collegio, con le sbarre, si vedeva una piccola oasi illuminata di quella luce giallo/arancio, che si usa per i centri storici antichi; illuminava il cimitero.
Dormivamo in una camera, grande, eravamo in dieci nella mia. Dieci letti di barre di ferro, come quelle delle finestre, vuote, verdi. Sembrava una caserma, o forse, un ospedale.
Alle 9.30 si spegnevano le luci, e regnava il più religioso silenzio. C'era chi russava, chi parlava nel sonno, chi non riusciva a dormire. Io e la mia vicina di letto, spesso al buio di quella stanza, ci davamo la mano ed avvolte ci addormentavamo così, quasi una consolazione.
Le giornate erano scandite da orari rigidi, preghiere, un bagno in tre, armadietti di alluminio, numerati, in spogliatoi immensi.
Mi ricordo che da interna, mi toccava pulire la mia classe, e che da volontaria due volte a settimana, mi andavo a fare le pulizie dell'istituto, perché davo almeno un senso a quelle ore. È poi, la signora che si occupava delle pulizie, era una giovane mamma, era dolce, amorevole, e mi piaceva stare con lei. Sognavo, fantasticavo e mi inventavo una vita piena, e lei seppur consapevole di questo, mi stava ad ascoltare, comprensiva e sempre sorridente; per niente umiliata dalla tipologia di lavoro. Lei mi ha insegnato a non vergognarmi mai.
Era dura, nella propria città essere chiusa in gabbia, mi sentivo soffocare, ero arrabbiata, anzi furiosa. Li dentro, c'era di tutto. Ignoranza, crudeltà, disagio sociale e psicologico. C'era tanta, troppa rabbia, e nonostante fossimo in tante, troppa solitudine.
Impari ad attaccare per difendersi.
Impari a difenderti, impari le alleanze, e che se un nemico non puoi combatterlo, devi fartelo amico.
Impari la crudeltà e la malignità. Impari di certo a prendere ed a darle. A farti rispettare. Io sono stata fortunata, avevo la rabbia a sostenermi, a darmi forza.
Ma se una cosa proprio non potevo sopportare, era il cibo.
La "famosa" pasta con i vermi. Servita quasi giornalmente, perché a noi arrivavano solo gli scarti. Io, mangiavo solo a colazione, per il resto del tempo, preferivo digiunare.
Ricordo ancora la prima volta che l'ho vista, e le tante volte che ho visto, prendere la carne con le mani, d terra.
Ricordo i primi giorni, duri, difficili. Ricordo che mi sentivo persa. Sola. Non mi potevo sedere, perché ero piena di lividi (le botte con la gomma, ne lasciano tanti), ma i lividi più grandi, erano nel cuore e nell'anima. Quelli non sono ancora guariti, non so se guariranno mai.
....

Mi spiace, forse vi ho intristiti, ma in questi giorni, mi sembra di aver aperto un vaso di Pandora, escono ricordi, ed avvolte fanno male.
È difficile rimetterli dentro.
Ed e' un vero peccato che le persone che dovrebbero essere educatrici, esempio, e forse un po' consolatori, siano quelle più crudeli e spietate.
Ci vorrebbe giustizia e non solo divina!


9 commenti:

  1. Sono senza parole...ma ai tempi della Guerra nel Golfo i collegi erano ancora così? Non riesco a pensare a quanto dei aver sofferto e quanto devi essere stata triste...capisco che sono cose che non si dimenticano, ma cerca di cacciarle dalla tua mente per lasciare spazio a ricordi più dolci e sereni. Forse è ora di chiudere per sempre la parta su una parte della tua vita che ti ha fatto e ti fa tanto male.
    Un grande abbraccio.
    Antonella

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  2. Si purtroppo, e dietro la facciata, lo sono ancora oggi.
    La sofferenza non si misura, se si potesse, forse avrebbe un senso, ma non ce l'ha!
    Si, dovrei chiudere tante porte, ma non è semplice come dirlo. Se da una parte infatti, e' vero che siamo ciò che eravamo, dall'altra parte, ciò che siamo stati influenza fortemente le ns. azioni, sensazioni, stati d'animo e scelte, anche quando non lo sappiamo o non ci pensiamo. E la sofferenza ti marchia a fuoco l'anima, fa parte di te. Ciò che hai vissuto ritorna costantemente nella tua vita, sotto altre forme, finché non gli dai un senso forse, o finché non interrompi la catena, magari cambiando il finale.
    Ecco perché voglio riscrivere e scrivere tutto.
    Spero di riuscirci prima o poi.
    Grazie Antonella.

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  3. Tanta crudeltà può solo ferirti uccidendo persino, ma, non può assolutamente sfiorarti l'anima bella che sei.
    Pensare che esistono ancora educatori senza "preparazione" un dolore forte mi assale!
    Scrivi tutto il male che affiora dai tuoi ricordi,liberati e vola!
    Un abbraccio caro

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    1. Grazie delle tue parole, ma avvolte credo ci sia qualcosa di sbagliato in me.
      Purtroppo, di educatori senza preparazione, e cosa peggiore, senza alcuna vocazione o solo propensione, ce ne sono ancora troppi.
      In effetti, e' proprio ciò che vorrei. Scrivere la mia storia, in qualche modo, e volare alto.

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  4. Ci riuscirai di sicuro. E' vero siamo ciò che siamo stati e quello che è passato non si può cancellare e in qualche modo continua a influenzare la nostra vita. E' il nostro modo di accettarlo che deve cambiare...scrivere secondo me è forse il modo migliore per mettere queste cose a una certa distanza da noi e vederle da un altra angolazione.
    Ciao, un grandissimo, affettuoso abbraccio.
    Antonella

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  5. Sono anch'io senza parole. Penso però, che se parlare di quello che hai sofferto può farti stare meglio, fallo, apri tutte le valvole, e fai uscire tutta questa cattiveria subita che tieni dentro. Può essere uno sfogo e solo tu puoi capire se stai meglio a raccontare o a cercare di dimenticare e buttarti tutto alle spalle. In ogni caso, qui ci sono due orecchie pronte ad ascoltare. E contemporaneamente, però, non dimenticare mai che nonostante tutto hai un bambino meraviglioso e probabilmente tante altre cose meravigliose di cui essere fiera e grata. E che te lo sei meritata. Un abbraccio forte.

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  6. Grazie Alice, sei un'amica molto cara.

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    1. Grazie di aver espresso il tuo pensiero.
      Penserò alle tue parole.

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